UN POMERIGGIO “FRANCESCANO”

La fraternità dell’ordine francescano secolare (ofs) di Chianciano Terme ha organizzato, assieme ai frati custodi del Santuario S. Antonio, domenica 19 novembre 2017 – prima giornata mondiale dei poveri – , un pomeriggio “francescano”. E’ stata l’occasione per festeggiare tutti insieme la patrona ofs S. Elisabetta d’Ungheria, la cui festa liturgica, cioè il 17 novembre, cadeva in giorno feriale ed era per noi difficile ritrovarsi. Abbiamo pure ricordato la santa del giorno, Agnese di Assisi sorella di S. Chiara, “messa un po’ in disparte” dalla celebrazione domenicale.

Tutto si è svolto in un clima semplice e familiare. Alle 15 la riunione della fraternità locale, che abitualmente si ritrova due volte al mese per la formazione, la preghiera, la condivisione. Alle 16 è iniziata la conferenza, aperta a tutti, sul tema della povertà. Relatore: P. Norbert Suhak OFM, che fa parte della comunità dei frati custodi dello stesso Santuario ed è assistente spirituale della nostra fraternità ofs. Le sue parole hanno suscitato svariate riflessioni e domande, alle quali è stato esaurientemente risposto.

Il pomeriggio francescano è proseguito con la preghiera per i poveri: recita dei Vespri e S. Rosario con le litanie a S. Elisabetta. Poi la S. Messa, durante la quale è stata ancora ricordata la nostra patrona, quale esempio di vita laicale dedicata ai più bisognosi. Al termine della S. Messa i francescani secolari hanno raccolto le offerte destinate ai progetti della “Mensa dei poveri” di Siena, gestita dalle Suore Vincenziane.

E’ stato molto importante vivere questo momento, che ci ha aiutato ad approfondire una caratteristica fondamentale della nostra scelta di vita: la povertà nello spirito. Ed è stato bello aver coniugato tale meditazione con la prima giornata mondiale dei poveri. In tal modo abbiamo potuto riflettere sul doppio aspetto della povertà: da una parte, la povertà intesa come indigenza, miseria – materiale e spirituale – e, come tale, da risolvere e superare; ciascuno può dare il proprio contributo in tal senso perché – come è scritto nel Vangelo della domenica – ad ognuno sono stati affidati dei talenti dal Buon Dio: sta a noi, con il Suo aiuto, farli fruttare, facendoci noi stessi dono per gli altri.

Dall’altra parte, la povertà evangelica: seguire Cristo povero e crocifisso implica la graduale spoliazione di sé ed il distacco dai beni terreni, che si realizza in diverse forme e gradi: i voti dei religiosi; le promesse di noi laici; infine, la povertà in spirito come condizione essenziale per entrare nel Regno dei Cieli a cui siamo tutti chiamati, in quanto cristiani, in virtù del Battesimo ricevuto. Al riguardo, proprio all’inizio della conferenza, P. Norberto ha fatto notare che la povertà è “la vocazione del cristiano”.

Ringraziamo il Buon Dio per averci fatto dono di questa esperienza, che ha lasciato nel cuore il desiderio di abbracciare con maggior impegno e generosità il nostro bel cammino francescano secolare. Pace e Bene!

enrica

 

Conferenza di Padre Norberto.

“La povertà – la vocazione del cristiano” così é stata intitolato da me la conferenza odierna. Carissimi ci sono almeno due motivi che ci possono spingere ad approfondire il tema della povertà nella nostra vita quotidiana.

Il primo è che il nostro papa Francesco ha costituito “La giornata mondiale dei poveri” che si svolge per la prima volta proprio oggi. Nella sua lettera egli ha scritto:  Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi”.Il pontefice è convinto che questa giornata aiuterà tutta la Chiesa ad avvicinarsi a Gesù presente nei bisognosi e a prepararsi ancora meglio alla Solennità del Cristo Re. Il papa aggiunge:  “La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio”. Allora questa Giornata dei Poveri è il primo motivo del nostro interessamento alla povertà.

Il secondo motivo importante, specialmente per noi, i frati e per i membri dell’Ordine Francescano Secolare, è la festa della Patrona di tutti i francescani secolari, cioè la festa di santa Elisabetta d’Ungheria. Anche se la festa liturgica è stata venerdì scorso, la nostra comunità francescana secolare celebra la sua Patrona oggi. Ci sono ovviamente altre ragioni per le quali potremmo dire che questa conferenza sia utile e motivata, ma mi limito ad esprimere solo queste due, le cause più significative.

Non è facile dire che cosa sia la povertà o il povero, anche se “Il dizionario della lingua italiana” di Fernando Palazzi precisa la povertà quanto “la qualità e la condizione di povero, miseria” e il povero come “chi ha appena il necessario per vivere; e talvolta anche ne manca e chiede l’elemosina”. Per noi infatti la povertà si associa con la mancanza delle cose materiali. É una associazione corretta delle idée, ma non del tutto esauriente. Infatti il papa Francesco nota nella lettera sopraindicata: “Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporàneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle tortùre e dalla prigionìa, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!”. La poverà oggi ha il volto della persona a cui mancano non solo le cose materiali, ma anche guardando più vastamente, ha bisogno dell’aiuto sotto l’aspeto sociale, spiritale e morale.

Sulla realtà di essere povero potremmo costatare che non è una cosa positiva, anzi non è desiderata da nessuno. La povertà non ha nessun valore in se stessa. Un povero può maledire la propria sorte peccando ugualmente come il ricco. Egli può desiderare le cose degli altri, invidiandoli e rubandole. La povertà può avere valore e il suo senso solo quando viene vissuta per l’amore di Dio e per il Regno di Dio. Qui entriamo nel campo della religione e della prattica che dalla Santa Chiesa Romana viene definita – la vita consacrata. Nella comunità dei cristiani ci sono le persone che ricevono da Dio la chiamata, la accetano nella propria vita  si incamminano sulla strada della vita dedicata totalmente a Dio. Noi li chiamiamo i religiosi, le suore, le monache, i monaci, gli eremiti, le vergini o le vedove consacrate, ma anche i membi degli instituti secolari e degli associazioni della vita apostolica. Essi decidono in modo libero di vivere i tre voti tra i quali c’è anche la povertà. Perchè lo fanno? Perchè essi realizzano la povertà liberamente, senza nessuna costrizione?

Per tutti i seguaci di Gesù, il fatto che il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha scelto per se la vita povera del falegname, dell’insegnante in cammino e la morte crudele tra gli ultimi, sono i motivi importanti per realizzare la povertà nella propria vita quotidianità. Allora per i discepoli del Cristo la povertà diventa un modo d’imitare Gesù, ma anche un modo di esprimere l’amore a Lui. Le parole che il Maestro ha detto a un giovane diventano un’icoraggiamento alla vera ricerca di Dio nella povertà: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo: poi vieni e seguimi”. San Paolo scrive invece che: “da ricco che era, si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9). Bisogna condividere le condizioni che ha scelto per se il Figlio di Dio, viverle per aprirsi alla realtà divina, per affidarsi alla Provvidenza Divina e scoprire la presenza del Signore nel Regno di Dio tra noi.

Ovviamente la povertà vissuta per i motivi religiosi diventa anche una testimonianza della fede, un dono, un segno per gli altri. É un atto della solidarietà non solo con Gesù, ma anche con queli più piccoli e più emarginati. “Tale testimonianza si accompagnerà naturalmente all’amore preferenziale per i poveri e si manifesterà in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati” nota san Giovanni Paolo II nella Esortazione Apostolica “Vita Consacrata” (90).  Proprio così faceva il nostro Maestro camminando con la gente, condividendo con essa i problemi, le preocupazioni, guarendo le malatie, essendo sempre a fianco, vicino. Come scrive san Paolo riguardo a Gesù: “si è fatto povero per voi perchè voi diventaste ricchi della sua povertà”. I discepoli del Cristo sono invitati a imitare il loro Maestro.

Il papa San Giovanni Paolo II nella “Vita Consacrata” ha scritto che il legittimo desiderio di posserede o di disporre di beni materiali non è cattivo, anzi è buono. Il papa sottolinea che questo bene materiale può essere usato in magnera errata e cattiva. Egli scrive: “La creatura umana, tuttavia, debilitata com’è dal peccato originale, è esposta al rischio di tradurle in atto in modo trasgressivo. La professione di […], povertà […] diventa monito a non sottovalutare le ferite prodotte dal peccato originale e, pur affermando il valore dei beni creati, li relativizza additando Dio come il bene assoluto. Così coloro che seguono i consigli evangelici, mentre cercano la santità per se stessi, propongono, per così dire, una «terapia spirituale» per l’umanità, poiché rifiutano l’idolatria del creato e rendono in qualche modo visibile il Dio vivente”(87). Poi papa Giovanni Paolo II scrive della povertà:
Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l’idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose” (90). Qui tocciamo il tema della vera libertà del cuore umano dalle cose che gli ostàcolano nel cammino verso Dio. La povertà aiuta il nostro cuore ad essere libero dall’attaccamento alla cose mondane e terrene. Crea questo libero spazio interiore che permette all’uomo di rispondere con la generosità e con la magnanimità all’iniziativa di Dio. Il catechismo della Chiesa Cattolica ci dice: “Ai suoi discepoli Gesù chiede di preferirlo a tutto e a tutti, e propone di << rinunziare a tutti >> i loro <<averi>> (Lc14,33) per lui e per il Vangelo. Poco prima della sua Passione ha additato loro come esempio la povera vedova di Gerusalemme, la quale, nella sua miseria, ha dato tutto quanto aveva per vivere (Lc 21,4). Il precetto del distacco dalle ricchezze è vincolante per entrare nel Regno dei cieli” (2544).

Possiamo dire che alla povertà  evangelica sono invitati non solo i religosi o monache, ma tutti i cristiani. Tale tipo di povertà si può realizzare in ogni stato di vita: nel matrimonio, nella famiglia, nella solitudine. Ogni cristiano che cercha con la sincerità del suo cuore la perfezione nell’amare, sia Dio, sia il prossimo può seguire Gesù sulla via della povertà evangelica, ovviamente secondo le sue possibilità. Questo riguarda anche i francescani secolari che vivono nell’Ordine approvato dalla Chiesa da quasi 800 anni. Non tutti hanno la stessa vocazione. Non tutti possono fare come ha fatto una volta san Francesco quando si è spogliato davanti a tutti i cittadini di Assisi, ha lasciato le vestiti, ha abbandonato i suoi genitori, la famiglia e i suoi amici per condividere con il Cristo e con i bisognosi la vita povera. Non tutti possono lascare la casa, il lavoro, la famiglia avendo già i figli, le figlie, la moglie o il marito. Ma tutti possono vivere con la realtà della povertà spirituale possedendo le cose materiali possono usarle per aiutare e servire agli altri, ma sempre per l’amore del Cristo. Questo ci afferma il Concìlio Vaticano II nel documento “Lumen gentium” in cui dice che tutti i fedeli devono sforzarsi <<di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e dall’attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta>>(42). Invece Le Costituzioni Generali dell”OFS dicono: “I francescani secolari, che mediante il lavoro e i beni materiali debbono provverdere alla propria famiglia e servire la società, hanno un modo peruliare di vivere la povertà evangelica. [Essi…] si impegnino a ridurre le esigenze personali per poter meglio condividere i beni spirituali e materiali con i fratelli […]. Ringrazino Dio per i beni ricevuti, usandoli come buoni amministratori e non come padroni […]” (Art 15.1-3).

Possiamo constattare – veramente sono „Beati i poveri in spirito, perchè di essi é il Regno dei cieli”. É la realizazione della prima delle Beatitudini dove la povertà in spirito significa avete le cose necessarie per la vita e usarle per il bene, ma non essere attaccati ad esse. In prattica, questa liberta interiore si esprime nella prontezza di dare in prestito, di regalare quello che posso offrire ai più bisognosi, non invidiare e non desiderare la roba, i talenti, il sucesso degli altri, non essere triste per la perdita di qualcosa o dopo un furto o un borseggio. Questa liberta interiore ci da la vera gioia e la pace che emana dalla persona. Ovviamente un francescano secolare non può “saltare” quell’aspetto reale e materiale della povertà nascondendosi dietro la giustificazione che solo la povertà spirituale ha per lui valore. Le parole chiavi per risolvere questo problema e trovare un equlibrio sono la sobrietà e il buonsenso.

Il vero senso della povertà spirituale ci insegnano i santi, oggi ci accompagna specialmente, santa Elisabetta. Ella era la figlia del re d’Ungheria, Andrea II, famoso per la ricchezza e la potenza. Nata nel 1207, ancora lattante, la bimba fu data in sposa a Ludovico, primogenito del principe, Langravio di Turingia, Ermanno I. Ella è stata portata da bambina alla Wartburg, una delle più splendidi corti e crebbe là con il suo prossimo marito. Non le mancava niente e tutto aveva in abbondanza. Come narra una biografia tardiva, quando fu ancora nel castelo del suo babbo la bimba entrava in cucina e provvedeva ai poveri nei cibi. Con gli anni Elisabetta si asteneva dalle cose che appartenevano al culto e alle vanità del mondo. Fin dall’adolescenza Elisabetta usava deporre gli abiti vistosi e i monili, gli anelli e altri ornamenti, specialmente in chiesa. Quando la suocera le chiese una volta il motivo di questo suo comportamento rispose: “Lungi da me che io, cosa vile e impastata di fango, mi presenti coronata dai segni della superbia al cospetto del mio Dio e re Gesù Cristo, che vedo coronato di spine”. Nessuno poteva capire quella giovane che si spogliava delle sue ricchezze come se fossero vile cosa.

Nel anno 1224 giunse a corte, come cappelano e confessore, il frate francescano Rüdiger. San Francesco ancora era vivo ed era diventato già famoso in tutta Europa. Elisabetta fu subito affascinata da questo nuovo movimento religioso, che aveva già attratto alla vita di clausura la nobile Agnese di Boemia. Si diffondeva anche la convinzione che questa spiritualità francescana poteva essere vissuta ovunque, anche nella vita familiare. Le persone che non potevano lasciare i lussuosi castelli o i palazzi  per vivere in povertà, castità e obbedienza, potevano “abitare tra le splendide mura della carità”, con una vita tutta dedicata alle opere di misericordia. Questo è stato visibile in tutta la vita di Elisabetta ma in modo particolare durante una grande carestìa dopo la partenza del suo marito per la crociata. Le fonti dicono: “Elisabetta, spinta dal profondo affetto del cuore verso i bisognosi, non tenne nascoste tutte le provviste raccolte nei granai e nei magazzini e non le vendette ai compratori, ma le spese in elemosine ai poveri, destinando per molti giorni a ogniuno quanto poteva bastare al necessario sostenamento. Stava in quel tempo in un altissimo castello, sotto il quale c’era una casa grande e spazioso in cui ospitava numerosi malati […]. Elisabetta li visitava più volte al giorno […]. Consolava anche le loro preoccupazioni, intrattenendosi con loro sulla pazienza e sulla salvezza dell’anima, e dando soddisfazione in tutto ai loro desideri. Per il loro sostentamento vendette perfino gli ornamenti del proprio corpo…”. Di lei scrivera il suo confessore Corrado di Marburgo: “Distibuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quatro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri”.

Elisabetta distribuiva tutte le cose gioiosamente con le proprie mani e dava sempre qualcosa a ognuno. Una volta che non aveva denaro, alle donne povere diede mantelli e altri articoli di seta dicendo loro: “Non voglio che usiate questi oggetti per vanità, ma che li vendiate per le vostre necessità e sappiate darvi da fare con coraggio”. Avendo le ancelle, da sola lavava i piatti e anche preparava le vesti per la sepoltura dei defunti. Un autore ha scritto di Lei: “non amava i poveri dall’alto della sua ricchezza, ma per l’intima creatuale persuasione d’essere anche lei povera davanti allo stesso Dio”.

Elisabetta nella sua vita ha sperimentato anche l’estrema povertà. Dopo la morte del marito è stata cacciata con i suoi bambini dal castello di Wartburg e da tutte le sue proprietà. Non potendo mantenere i suoi figli, li ha mandati in luoghi diversi e lontani, dove potessero essere matenuti. Per ordine del suo confesore Corrado, Elisabetta si trasferì a Marburgo indossando una tunica grigia. Dopo aver ottenuto dal suo direttore spirituale il permesso, chiedeva l’elemosina. Ella lavorava col le prorpie mani.

A Marburgo nell’estate del 1228 Elisabetta recevette duemila marchi della dotte. Con questi soldi ella fece costruire un nuovo ospedale a Marburgo che dedicò a San Francesco, da poco canonizzato. Amando Gesù sopra ogni altra cosa e riconoscendo i pericoli spitituali diceva spesso: “La vita delle sorelle francescane nel mondo è disprezzatissima e se ci fosse una vita più disprezzata io la sceglierei. Avrei certamente potuto obbedire a qualche vescovo o abate che disponeva di possedimenti; invece ho preferito seguire le direttive di maestro Corrado che non possiede nulla ed è completamente mendicante. In tal modo non ho voluto avere sicurezza in questo mondo”.

Bisogna aggiungere che la povertà non era e non è lo scopo in se da raggiungere, ma un aiuto alla strada che conduce all’amore perfetto. Al centro della vita di Elizabetta era sempre Gesù nel povero. Ella con le proprie mani lavava i malati, fasciava le ferite, li nutriva, curava i lebbrosi sopportando il fetore delle piaghe, li accompagnava nella loro solitudine. Visitava le partorienti povere e le confortava. Elisabetta nella casa accoglieva tanti bambini poveri comportandosi verso di loro con la benevolenza e tenerezza, tanto che tutti la chiamavano “mamma”. Ella amò di più quelli coperti di scabbia, quelli invalidi, quelli più sporchi e deformi.

Prima della sua morte, Corrado di Marburgo narra: “Mi rispose che tutto quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle essere sepellita”.

Concludendo possamo costattare che santa Elisabetta ha dato una chiara e forte interpretazione del carisma francescano nella vita secolare. Questa grande santa ci invita oggi a rispondere alla chiamata del Cristo presente nel povero. Ci invita, sia religiosi, sia laici, ad ascoltare la voce della persona affamata, assetata, sola, bisognosa e di condividere con essa per l’amore del Cristo i nostri beni, sia spirituali, sia materiali, perchè come ha detto Gesù: “I poveri infatti li avete sempre con voi”(Gv.12,8).

Amen.